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Poeta veggente

di Luca Beatrice

 

Quando Edgar Allan Poe portò nella giovane letteratura americana gli stilemi di un genere che in seguito sarebbe stato definito“noir”, ma anche “horror gotico”, fino al Batman esistenziale di oggi nella cupa trilogia di Christopher Nolan, lavorò, forse inconsapevolmente, contro il protagonismo dell’eroe da film giallo e in favore del suo antagonista germinato nel corso del novecento nelle più svariate declinazioni. Maledetto, veggente,sognatore, decadente, loser. L’antieroe conquista i riflettori perché sa essere satirico, comico, drammatico. Incarna le debolezze dell’uomo moderno, per niente super, disgraziatamente più umano. Meno chiacchierone, sicuramente molto chiacchierato.

La versione contemporanea del fantasma di Casa Usher, una virginale e pazza Ophelia che si aggira tra le mura di un palazzo in rovina circondato da una pozza stagnante e alberi spogli, non è un angelo pacificatore, ma una suicide girl – ammiccante Lolita – della regista Sofia Coppola. Il film (Il giardino delle vergini suicide, 1999) era abitato da giovani, le tween del nuovo dizionario, sospese in un’atmosfera glaciale e romantica. All’alba degli anni Zero si fa dunque strada un’estetica che rispecchia una nuova forma di decadenza. Elegante e spuria. Ha l’anima rock e le sembianze di una rivista patinata, è fashion senza essere truccata, è scialba ma violenta. Grida senza fare rumore.

I nuovi poeti non inventano storie. Si guardano intorno con maggiore voracità. Il regista, lo scrittore – non in ultimo, l’artista– mescola e agita gli elementi rubati alla realtà e costruisce la sua sceneggiatura lasciando oscillare lo spettatore nel fil rouge della narrazione.

Gianluca Miniaci ha allestito le sale di Palazzo delle Stelline in un set noir dove la natura è madre e matrigna. Fluttuanti quanto reali, i suoi ritratti da Candido di Voltaire vivono nel disincanto dal “migliore dei mondi possibili”. Conturbanti e veri. Il silenzio nel quale sono avvolti regala lo stesso mistero di un racconto di Poe. Anche qui la realtà è data per frammenti. Ingredienti pizzicati conducono lo spettatore al processo creativo che risolve la visione d’insieme: pittura installativa, video e un performativo intervento del pubblico che, se vuole, è chiamato a “dondolarsi” in un nido o inciampare tra le radici di un albero facendo attenzione  a non perdersi tra le immagini sospese alle pareti, di fiori e uomini, colpire le sacche distribuite tra i rami.

Sur l'onde calme et noire où dorment les étoiles / la blanche Ophélia flotte comme un grand lys” scriveva il poeta nel 1870 ispirato dalla Voie Lactée di Banville; forse Rimbaud avevasemplicemente intravisto il noto quadro di John Everett Milais.  Senza il word wide web risulterebbe difficile dire chi arrivò prima a descrivere quel sentimento che ha aperto le fila a tanti sognatoricontemporanei, disillusi e amareggiati, vittime della loro innata sensibilità.

Miniaci è un romantico poeta travestito da rockstar. A svelarne lo spirito, oltre ai soggetti, sono i suoi mentori, dichiarati e non. Meglio, è maledettamente romantico. Il suo alfabeto iconico si nutre del decadentismo di ultima generazione. Verrebbe da citare il ben noto “Club dei 27”, altrimenti detto “J27”, di cui fanno parte musicisti, artisti e scrittori morti in condizioni tragiche all’età di ventisette anni e che riportano la lettera J nel nome o nel cognome. Janis Joplin, Jimi Hendrix, Brian Jones, Jean-Michel Basquiat per citarne alcuni.

Il giovane Miniaci ritrae una nuova schiera di maledetti, i new pop della sua generazione: Micheal Pitt (il ragazzo per bene nel film di Bertolucci, The Dreamers, molto meno risoluto nella vita reale), il discusso musicista Pete Doherty (voce dei Libertines, poi dei Babyshambles, quindi intenso cantautore che sulla copertina del suo primo e finora unico disco ha pubblicato alcuni disegni autografi realizzati, pare, con il proprio sangue), il più cliccato youtuber italiano Guglielmo Scilla (nel web, Willwoosh), una delle migliori voci italiane, Marco Castoldi (in arte, Morgan), il modello Simone Nobile (faccia nota nelle campagne pubblicitarie di haute couture), la bellissima Violante Placido, vera madrina della sua pittura.

Difficile riconoscerli nel segno liquido eppure spigoloso che sceglie inquadrature che spersonificano i soggetti. I volti escono dal supporto, inseriti dentro finestre che zoomano su una storia che continua, magari, al di fuori dall’inquadratura. Vengono in mente i personaggi scarnificati di Angelo Stano (tra i migliori disegnatori di Dylan Dog) e i suoi audaci tagli prospettici ricercati in ogni singola vignetta. Ovviamente, la pittura di Egon Schiele, da cui molti hanno ereditato l’accademismo stilistico secessionista.

Miniaci sceglie la strada della figurazione che interpreta in maniera unica mischiando la freschezza dell’illustrazione con la pittura più colta. Al segno deciso eppure delicato impasta sfondi naturali sui quali galleggiano giovani uomini e donne, sensuali più che erotici.

Cresciuto nell’era della contaminazione dei generi, che ha ridisegnato la linea estetica degli anni Novanta, Miniaci sceglie di ritrarre amici e idoli scovati tra cantanti e musicisti, attrici e registi, imprevisti compagni di strada. Ha uno spirito guerriero, da leader (è lead singer di una band punk grunge), è stato interprete di pièce da palcoscenico e, non in ultimo, si dedica assiduamente alla scrittura citando Rimbaud tra i “poeti veggenti” che sanno toccare la carne viva della realtà.

Ma è nella pittura che la natura più intima dell’artista trova la sua espressione. Nel medio o grande formato, contraddicendo una modalità cara ai coetanei inglesi che prediligono gli spazi ridotti, Miniaci fa nuotare porzione di corpi in gravitazione negli elementi naturali. Tra fiori e spine i soggetti sembrano non subire l’effetto del bene o del male. Sono immobili, dissimulati in una natura che alterna paradisiache visioni e sottintesi inferni. Nell’Eden è contenuta la natura biblica della storia naturale della terra e contempla insieme la visione antropocentrica alla quale è assoggettata. Non c’è giudizio, il silenzio non grida.

Se i fiori, radiografie di petali di carta assemblati in un collage, ricordano le prime interpretazioni del soggetto fatte da Gary Hume o le impressioni fotografiche di Man Ray, i ritratti provengono da una più comune rilettura del genere che va dall’espressionismo di Peter Doig alla raffinatezza esplosiva di Herman Bas. Sempre anglosassone, forse per quella stessa matrice rock e pop, strettamente musicale, è la corrispondenza con la pittrice Elisabeth Peyton rappresentate della Londra borderline anni Novanta (con piccoli ritratti di amici e conoscenti, di solito cantanti o chitarristi) che, unendo pittura e installazioni nel suo ultimo lavoro a quattro mani con Jonathan Horowitz dal titolo Secret Life, ha illustrato un percorso attraverso il complicato rapporto tra uomo e natura, nel movimento di piante rampicanti (non solo dipinte) e i meandri della psicologia umana.

La pittura è terreno d’improvvisazione, dove la realtà si confonde con l’immaginario, dove il mito contemporaneo può scivolare nel sottobosco della fantasia.

Il poeta veggente lascia navigare i protagonisti del racconto nelle ambientazioni della sua memoria. Un bosco incantato, un cuscino di margherite, un prato nero d’erba. Nel 1971 Anselm Kiefer dipingeva il suo grande autoritratto: in veste penitenziale, stava in piedi un uomo brandendo un ramo infuocato, piccola figura in mezzo a un bosco (Man in World). Forse Gianluca Miniaci è quella sagoma addormentata in una tempesta di palloncini colorati, Asleep in the Wood, con il quale abbiamo deciso di aprire questo catalogo.

Ancora un poeta, Charles Baudelaire, trovava nei fiori del male – i peccati della carne - la quintessenza di un lirismo metafisico e per certi versi teologico. Miniaci è cantore di un’emozione: infima, se confrontata con la sola natura umana corrotta e desolata, infinita se immersa nel contenitore segreto dell’immaginazione e della poesia