GIANLUCA MINIACI   HOME WORKS BIO EXHIBITION PRESS CRITICS CONTACT

 

   
 

Venere del terzo Millennio

di Martina Corgniati


C’è una lingua per parlare al proprio tempo? C’è una forma, un modo che un’epoca, per quanto circoscritta possa essere intesa oggi questa parola, riconosce immediatamente come propria ? Forse sì, al di là della banalità della cronaca. Ed è questa lingua, attuale senza essere “di cronaca” che Gianluca Miniaci parla da tempo, con naturalezza. Sembra facile ma non lo è. Il tempo, intanto, è complesso, attraversato da frequenze e tensioni molto diverse, che stentano ad ammettersi l’una con l’altra; un tempo veloce, effimero, tormentato, in cui anche la più remota idea di stile è diventata una specie di miraggio, una presunzione, un’incongruenza, un impossibile. Gianluca inoltre, last but not least, è un pittore - non solo in realtà – comunque parte dalla pittura, almeno per quanto riguarda quella dimensione della sua comprensiva e dilatata creatività che soprattutto ci interessa documentare in questa testimonianza ed in questa pubblicazione. E la pittura, non c’è bisogno di ricordarlo, di tutti i linguaggi visuali è forse il più implicitamente compromesso e intimamente collegato con la tradizione. Ma questa compromissione è anche, senza dubbio, una forza, una risorsa utile o addirittura indispensabile per confrontarsi con la diversità che il mondo continuamente propone senza diventarne un “prodotto”; cioè senza subirne del tutto le logiche ma mantenendo invece una propria provvidenziale distanza e facoltà di osservazione e comprensione. Però, prima di andare oltre nell’approccio ai quadri di Gianluca Miniaci, devo premettere che il suo lavoro non è limitato solo alla pittura ma ha la consistenza di un progetto di vita totale (fuori dal quale la stessa pittura assumerebbe un significato diverso), apertura a trecentosessanta gradi sull’esperienza creativa. Musicista, attore, fotografo, narratore anche, in un certo senso, per aforismi o frammenti poetici o riflessioni estemporanee, l’artista sconfina continuamente da una forma all’altra, alimentandole a vicenda e appassionandosi del confronto e dello scambio con sguardi, culture diverse e modi diversi di guardare, di intendere il pensiero. Il tutto molto seriamente perché stiamo parlando di una persona seria non di un dilettante improvvisato, capace solo di vivere la curiosità come “facile” giochetto superficiale (come, infatti, superficiale è di solito la pretesa di manipolare strumenti che si conoscono poco). No, qui si tratta di un’esigenza creativa profonda e anche di una “sete” di vivere il proprio tempo in tutte le sue sfaccettature e le sue espressioni senza confinarsi in dimensioni falsamente specialistiche che suonano sempre più limitative e incoerenti con le cose stesse. Dunque, ci troviamo proprio al cuore della civiltà dell’immagine, cioè del mondo in cui viviamo: bombardato da alcuni milioni di informazioni al minuto, il nostro cervello fa fatica a concentrarsi su alcunché ed è continuamente alla ricerca di entretainement (il pubblico è un osservatore distratto, diceva già Benjamin; adesso è peggio). I messaggi, quindi, devono essere e in gran parte sono veloci, efficaci, pertinenti. Gianluca Miniaci osserva, reagisce e racconta tutto questo. Il mondo sta cambiando in fretta: esiste già, ancora ignorata dai dizionari (ma per poco), una lingua speciale, concepita per le nuove epistole, gli sms, + xtinente x 1 pensiero che :-) cambia; le foto ricordo (o anche le foto d’arte, perché no ?) si fanno col telefonino, la musica oggi si fa col mixer più che col piano, l’ultima campagna di La Chapelle ci piace più dei nudi di Wesselman, un epigramma di Saffo diventa un rap, e sarà dunque ben ora di pensare ad un’estetica riveduta e corretta che possa almeno tentare di ricomprendere e di adeguarsi a tutto questo. È infatti, veramente urgente e imprescindibile ripensare a fondo l’idea di arte che abbiamo ereditato e ridiscutere da capo i nostri frequenti e densi pregiudizi a proposito della cultura alta e bassa, della bellezza, dei valori effimeri e di quelli duraturi. Anche il confine fra vero e falso, fra rappresentazione e realtà è qualcosa di sempre più ambiguo e discutibile se, come è accaduto, “The real world” è diventato una forma di esperienza collettiva fra le più intense e formative (anche per il pubblico…), la più diffusa aspirazione fra le studentesse italiane è fare la velina (cioè letteralmente “bucare lo schermo; però al contrario!) e nemmeno la morte sembra avere più una consistenza definitiva e definitoria dopo che le più selvagge scene di devastazione e di violenza, dalla Guerra del Golfo in poi, sono state trasformate in serial televisivi e, ancora più pervasivamente, i video giochi, oggi gettonatissimi, propongono una nuova reversibilità della cosiddetta “fine”, pericolosa e ingannevole comunque convincente per molti giovanissimi. In questa situazione esplosiva gli elementi critici, per quanto concerne Gianluca Miniaci, restano in particolare l’idea di bellezza, di sessualità, di linguaggio e di esperienza estetica. Cominciamo dalla fine: globale, si è detto, la dimensione espressiva di Gianluca, hi tech quanto basta ma, nel suo caso, non avulsa mai dal corpo che continua a mantenere la propria centralità. L’artista ha bisogno di incarnare, di stare, di vivere attimo per attimo, tutto quanto fa, la musica, l’azione, la recitazione… e naturalmente la pittura. Questa pittura nelle sue mani è cosa assolutamente naturale, congenita, immediata; ha la facilità dell’appunto e l’irrecuperabilità, come scriveva Borges, dei colori del cielo. Nel senso che ogni quadro raccoglie un istante unico e irripetibile ma avviene con la semplicità e la mancanza di editing di un processo naturale. La tela bianca deve raccogliere rapidamente una visione, l’intuizione di un attimo e, per Gianluca, non può mai essere corretta. Ritornarci sopra è impossibile: l’equilibrio di una composizione, non importa il formato, è questione di frazioni di secondo, di poche, irripetibili linee. Senza pretendere più che di afferrare un’intuizione, una suggestione così come si presenta un certo giorno, l’artista però assicura così ai suoi quadri la sottile malinconia implicita in ogni istante sospeso, sottratto al flusso del presente verso il passato (days go by…, diceva Laurie Anderson in un pezzo famoso dedicato a Fassbinder) ma perduto comunque, consegnato alla rappresentazione. E questo modo di intendere l’immagine va intimamente d’accordo con il soggetto più ricorrente, quasi fisso ormai, nell’opera di Gianluca Miniaci, va d’accordo con l’aria evanescente delle sue figure efebiche ed androgine, sempre sul punto di dissolversi nello spazio trasparente del fondo. Reticenza ed esibizionismo: la mano raccoglie nel tratto vibrazioni ed incertezze, registra le titubanze e le imperfezioni del vivere in questo presente irrequieto e le trasmette alla figura che viene prendendo forma, con la sua posa scomposta e studiata, con il suo erotismo esibito e artificiale. Gianluca, senza dubbio, fa sempre dei ritratti, anche quando prende a modello semplici fotografie, riviste o materiali simili. C’è nel suo lavoro una speciale delicatezza, che non esclude però l’acutezza dell’analisi: l’artefice partecipa al gioco seduttivo dei suoi personaggi, combatte ad armi pari, è il primo a farsi tentare delle loro insinuazioni e, forse, a cadere nelle maglie della rete che la sua stessa immaginazione ha costruito. Non c’è arroganza, anzi semmai c’è della timidezza contrabbandata per sicurezza di se, come fanno gli adolescenti. Quello di Gianluca Miniaci, infatti, ha tutta l’aria di un romanzo di formazione concepito sub specie di pittura. Romanzo autobiografico ? non è dato saperlo e non è nemmeno molto importante. Certo invece è che il racconto  riguarda una generazione intera, nervosa, insicura, anoressica, artificiosa, preoccupata della propria apparenza, ossessionata dalla propria piacevolezza, dal proprio essere attraente. Non a caso questi personaggi non sono nessuno e sono tutti: non hanno volto o meglio non hanno occhi, perché il loro volto è interrotto (incompiuto o meglio tagliato) quasi sempre all’altezza del naso. Una figura senza occhi non può guardare (è esattamente questa l’intenzione dell’artista, che compie l’operazione inversa rispetto a quella già antica di Giulio Paolini nel Ritratto di giovane che guarda Lorenzo Lotto ) ma è lì per essere guardata. Gianluca Miniaci non ha esitazioni, la posizione delle sue gradevoli creature è quella dell’oggetto, anzi, andando appena un po’ più a fondo, quella specifica dell’oggetto sessuale, dato il loro esplicito atteggiamento, invitante, ammiccante, seducente. Però anche qui si tratta di schermaglie virtuali: guardare non toccare un po’ come accade con una cubista in discoteca. Anche quando si presentano in coppia, accarezzandosi, queste creature non sembrano poter/voler andare oltre a qualche preliminare indolente e narcisista. Altre volte “lui” non c’è e la ragazza si rivolge direttamente all’osservatore. Gianluca qualche volta scrive sulla tela la sua retoricissima domanda: “Cosa vuoi da me ?” “Cosa posso fare per te ?” E’ una ragazza prodotta da un’immaginazione assolutamente trendy e fashionable, come d’altra parte il suo compagno (quando c’è): magrissima e provocante, capello liscio, esibisce, in fondo, un corpo vuoto, mancante. L’artista insiste nel sottrarle carnalità, ne delinea solo i contorni, il profilo, un semplice segno nello spazio. non è sempre stato così: anni fa Gianluca era un pittore più tradizionale, almeno per quanto riguarda l’aspetto compositivo. Un bellissimo grappolo d’uva dorato, dipinto un po’ di tempo fa, dimostra ben altra pienezza cromatica e spaziale rispetto alle opere più recenti. La natura, piena di corpo e di colore, si dilata sulla superficie con una specie di gioiosa esuberanza, intensificato dall’originale scelta tecnica, quella degli smalti per vetro invece dell’olio. Poi a poco a poco il discorso di Gianluca si è ridotto, sottraendo progressivamente parole a se stesso. Lo spazio sempre più vuoto non ha determinazioni, è un semplice campo sottile e traslucido come seta. Tono preferito: forse l’avorio ma anche il nero, i bruni, il rosa, il giallo pallido, tutto ciò che crea contrasto. Di vuoto si tratta comunque, indistinto, indeterminato e attraente; vuoto in cui, indubbiamente, non c’è più niente da mangiare (l’uva invece era metaforicamente molto “commestibile”) ma solo qualcosa da guardare, forse da annusare: un fiore per esempio, elemento fragile, delicato e deperibile non meno delle figure cui Gianluca Miniaci ha affidato il suo smaltato palcoscenico. Le sensazioni sono leggere, trasparenti: è un’offerta, quel fiore (ma certo ben più anemica di quel solido, carnalissimo mazzo di margherite e narcisi di campo che Picasso, in un’immagine celebre, faceva passare di mano in mano…), è una metafora dell’inconsistenza delle cose più belle ? Portami un fiore…, recita una delle più soffuse poesie giovanili di Bertold Brecht, ma di un arbusto che cresca lontano da casa tua. Fra tutti i pittori cui è possibile pensare a questo punto me ne viene in mente soprattutto uno che, mutatis mutandis, ha incarnato con genio e rischio personale questo sentimento della perdita e della irrecuperabilità della bellezza, così come del tempo presente: Filippo de Pisis. L’eleganza svogliata di certe sua nature morte, il senso di impalpabile nostalgia dei suoi dettagli abbandonati nello spazio di poche pennellate è, in qualche modo, misteriosamente evocato nelle esitazioni raffinate e sensibili di Gianluca Miniaci. Salvo che, coerentemente, la sensualità tattile, tanto tipica del marchesino pittore, è del tutto scomparsa e non può più avere luogo in una contemporaneità tutta centrata sul vouyerismo come la nostra. Dai fiori torniamo allora ai giovani protagonisti senza volto che l’artista ha eletto ad abitatori esclusivi delle sue composizioni, delineati anch’essi non a olio ma con un tratto di smalto per unghie, una sostanza lucida, vanitosa, impermeabile, perfettamente a tono rispetto alle circostanze. Moda, quindi, moda e piaceri moderatamente trasgressivi: giovani, sempre più giovani, i soggetti, dediti ad un’interminabile elegia di se stessi sempre un po’ inerte e un po’ provvisoria, sospesa. Gianluca Miniaci non ha dubbi a proposito della loro superficialità, non nel senso del contenuto ma della sostanza: non c’è niente dietro a loro eppure qualcosa, l’incertezza magari, del tratto, la sofisticazione un po’ ostentata dell’atteggiamento, ci fa intuire una specie di tormento, di nodo interiore, una complicazione dietro ai loro volti invisibili (che, ovviamente, non hanno niente del “tragico” e altisonante classicismo di un Mitorai…). Per questo, nella deliberata scelta della superficialità o, se si vuole, del silenzio, Gianluca Miniaci non è superficiale e si fa interprete del disagio contemporaneo  in termini molto più delicati e sensibili. Lasciandosi sedurre dalle sue presenze smaltate e vuote, l’artista racconta, lo si è detto, un’epoca, un momento, un giorno magari, soltanto, ma condivisibile da gran parte di una generazione; che a volte si offre, ma per insicurezza, oppure si schermisce, ma per posa, oppure mente perché si identifica con la verità di qualcun altro. Gianluca Miniaci ci parla di tutto questo con partecipazione ed una complicità resa evidente dalla sottrazione dello sguardo, quindi del principio di individuazione: così chiunque è, chiunque può entrare nel campo del quadro, partecipare all’immateriale scambio seduttivo, chiunque perché non ci sono nomi e se anche ci fossero non andrebbero fatti: atto di discrezione e rispetto o delicatezza che l’artista ci regala e che indubbiamente contribuisce a rendere l’insieme un poco più conturbante (se non sai chi è ti piace di più) e più pertinente. In altre parole: vogliamo vedere ma pretendiamo di non essere visti; ci appassioniamo dei reality show ma invochiamo leggi sulla privacy… Chiaro, l’arte chiama sempre in causa un atto vouyeristico. Ma Venere del terzo millennio è più che mai un ermafrodito, per essere adatto a tutti i desideri, ed ha lo sguardo introflesso, rivolto all’interno, per non guardarti e non vederti mai… Gianluca Miniaci la sta dipingendo.

Martina Corgnati